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«Taranto chi ricorda, vive… chi dimentica, resta»

I ragazzi del Pacinotti salgono sul palco e restituiscono alla città la sua voce più vera

Utente TATF09000G-psc

da Tatf09000g-psc

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C’è un tipo di silenzio, nel teatro, che non è assenza di suono. È attesa. È quella sospensione del respiro che precede qualcosa di importante. Martedì 14 aprile alle ore 15, sul palco del Teatro Comunale di Carosino, quel silenzio sarà rotto dai ragazzi dell’Istituto Pacinotti di Taranto — nel modo più bello possibile: con la propria voce e la loro musica. Lo spettacolo si intitola «Taranto chi ricorda, vive… chi dimentica, resta», e già nel titolo c’è tutto: una promessa, quasi una sfida. Non una semplice recita scolastica, non un saggio di fine anno.

Quello che andrà in scena nell’ambito della Rassegna Ragazzi in Gamba è un atto d’amore nei confronti di una città complessa, ferita e meravigliosa come Taranto. Dietro lo spettacolo ci sono mesi di lavoro che pochi vedono: documenti consultati, testimonianze raccolte, vicoli percorsi con occhi nuovi.

Il laboratorio musicale e teatrale dell’istituto, coordinati con rara dedizione dalle professoresse Immacolata Castronuovo e Paola Miro, ha trasformato questa ricerca in drammaturgia viva. I ragazzi hanno scritto testi originali — non adattamenti, non copie: testi loro — che intrecciano il mito fondativo della Magna Grecia, le tradizioni marinare di un popolo di pescatori, le storie di personaggi illustri e di persone comuni, tutte custodi di un’identità che rischia di smarrirsi nel rumore del presente. Note e parole si alterneranno sul palco con una naturalezza sorprendente per la loro età.

La musica non è sottofondo: è narrazione essa stessa, capace di evocare il mare dello Ionio , il brusio delle donne che aspettavano i mariti sulla riva. In un’epoca in cui si discute ossessivamente di giovani disinteressati, distanti, persi nei telefoni, vedere questi ragazzi calcare il palco con consapevolezza e trasporto fa un effetto strano. Quasi commovente. Perché quello che dimostrano non è solo talento artistico — e ce n’è, eccome — ma qualcosa di più raro: il senso di appartenenza. La convinzione che la propria città meriti di essere conosciuta, difesa, raccontata.

Le professoresse Castronuovo e Miro, sapientemente guidate dal DS Giovanna Santoro hanno saputo fare esattamente ciò che la scuola dovrebbe sempre fare: non trasmettere nozioni, ma accendere curiosità. Non riempire, ma svuotare le paure. Il risultato è uno spettacolo che parla a tutti — ai tarantini che quella storia la vivono sulla pelle, e a chi la scopre per la prima volta. «Conoscere la propria storia è il primo passo per amarla, difenderla e raccontarla al mondo», recita la nota di presentazione dello spettacolo. È una frase che potrebbe sembrare retorica, se non fosse che a pronunciarla — nei fatti, con i corpi e le voci — sono stati i giovani stessi. E la retorica, quando è vissuta, smette di essere retorica e diventa verità. Taranto ha bisogno di storie così. Di generazioni che non scappino appena possibile, ma che restino — o che se partono, partano portando con sé qualcosa di prezioso. Questo spettacolo è , in fondo, una risposta concreta alla domanda che ogni città in difficoltà dovrebbe farsi: chi parlerà di noi domani?