Martedì 17 marzo alle 15:30, l'Aula Magna dell'Istituto A. Pacinotti ospiterà la presentazione di “Pasolini Gaber. Il potere, la farsa, il cuore” scritto da Valerio Capasa, secondo appuntamento della Rete Taranto Legge, che comprende gli Istituti Archita, Aristosseno, Calò, Liside-Cabrini, Ferraris-Quinto Ennio, Pacinotti, Pitagora e Principessa Maria Pia. Non si sono mai trovati sullo stesso palco, non hanno mai firmato insieme un manifesto. Eppure Pier Paolo Pasolini e Giorgio Gaber hanno passato decenni a dire, ciascuno a modo suo, la stessa cosa: che qualcosa di silenzioso e potente stava trasformando gli italiani, svuotandoli dall'interno, e che quasi nessuno sembrava accorgersene. A ricostruire questo dialogo mancato — e a dimostrare quanto sia ancora necessario — è Valerio Capasa, docente di materie letterarie in un liceo di Bari e dottore di ricerca in Italianistica. L’intuizione di Capasa è tanto semplice quanto feconda: mettere faccia a faccia due autori che hanno usato linguaggi radicalmente diversi — la poesia, il cinema e la saggistica Pasolini; la canzone d’autore e il teatro-canzone Gaber — ma che hanno puntato lo sguardo sullo stesso bersaglio. Entrambi videro, già agli albori del boom economico, che il benessere consumistico stava producendo una “mutazione antropologica” silenziosa, pilotata da un potere
senza nome e senza volto, capace di omologare senza bisogno di esercitare alcuna coercizione visibile. Il libro non si limita a registrare le analogie. Capasa costruisce una lettura a due voci: ogni
volta che una poesia o un articolo di Pasolini solleva una questione, un monologo o una canzone di Gaber arriva a rincarare la dose, e viceversa. Ne emerge un contrappunto serrato, quasi una
partitura, in cui le due visioni si completano e si sfidano a vicenda, rivelando profondità che separatamente non avrebbero raggiunto. Capasa non si ferma alla filologia. Usa PPP e GG come
strumenti per mettere a fuoco il nostro tempo: l'ansia di conformismo che ci insegue anche sui social, le reazioni effimere con cui mascheriamo una coscienza che preferiamo tenere addormentata, la tentazione quotidiana di rassegnarsi a una vita mediocre, senza il rischio di un desiderio vero. La tesi centrale del libro è che esiste una sola strada per abitare davvero il presente: «Essere vivi non basta. Bisogna avere il coraggio di avere un cuore.» Una conclusione che, nelle parole di Capasa, non suona come un invito alla sentimentalità, ma come un atto di resistenza.
Ingresso libero.

0